4° Puntata del PODCAST "Parole di Notte" Benvenuto su Parole di Notte. Questa sera ti porto con me a casa di Alberto. In un appartamento al terzo piano, nel cuore silenzioso della Bologna che si affaccia sulla Garisenda . e ogni parete custodisce voci che non ci sono più. Alberto è seduto sulla poltrona di velluto verde che era di sua madre. oggi è scolorito dal sole e dagli anni, ma conserva un odore inconfondibile: lavanda, libri vecchi, e qualcosa che sa di malinconia. Fuori piove piano. Sua madre è morta da poco. Mi racconta di essere stato un figlio attento, devoto, quasi timoroso. la telefonata ogni sera se era fuori per lavoro, il silenzio condiviso davanti alla TV. Alberto non si è mai sposato. Mi dice che una volta, quando aveva poco più di trent’anni, si innamorò davvero. È stato figlio per tutta la vita. Ieri, riordinando l’armadio della madre, ha trovato una scatola. Forse è ancora lì. Perchè non è mai troppo tardi per salire sul treno giusto. Anche se hai passato la vita alla stazione. E tu?
Una di quelle case in cui ogni oggetto racconta una storia,
Il legno scricchiola sotto i passi, le luci sono soffuse.
Un tempo quel velluto brillava,
Un odore che per Alberto è casa.
O meglio, è sua madre.
Le gocce scivolano sui vetri come lacrime lente, e in sottofondo si sente l’orologio della cucina scandire il tempo, tic dopo tac.
Ogni battito lo riporta lì, in quella casa troppo silenziosa, troppo piena di chi non c’è più.
E con lei è morta anche una parte di Alberto.
Non solo perché era l’unica famiglia che avesse avuto davvero, ma perché lei era la sua casa, il suo punto fisso, il suo rifugio.
Che la loro era una relazione fatta di abitudini precise: il tè alle cinque,
Lei sembrava lo ascoltasse anche quando lui non diceva nulla.
E in quel silenzio Alberto si sentiva visto, protetto.
Amato, forse più di quanto lui stesso fosse mai riuscito ad amare.
Non per mancanza di occasioni mi confessa
Ma ogni volta che l’amore bussava, lui si trovava spiazzato, spaventato.
Come se dentro di sé sentisse che non c’era spazio.
Come se essere figlio gli bastasse.
Come se non potesse, o non volesse, diventare altro.
Di una donna bella, ironica, che gli faceva battere il cuore e perdere il sonno.
Ma quando lei parlava di viaggi, di famiglia, di figli, lui si chiudeva.
Non mi sa spiegare il perché, ma mi dice che sentiva di appartenere a un’altra vita, a un’altra realtà.
E così lascia andare anche quella possibilità, come ne aveva lasciato andare tante altre.
Ma non è mai stato padre.
Non ha mai cullato un bambino, non ha mai raccontato una fiaba, non ha mai visto nei propri gesti riflessa un’altra vita.
E ora, alla soglia dei sessant’anni, si chiede cosa significhi davvero lasciare un’impronta.
Chi ricorderà la sua voce, il suo profumo, i suoi gesti piccoli?
Lettere, foto, biglietti del cinema.
Tra quelle carte, una foto: lui a vent’anni, sulla spiaggia di Rimini.
Capelli mossi dal vento, camicia aperta, occhi pieni di futuro.
Quel ragazzo aveva una luce che oggi fatica a riconoscere come sua.
Mi mostra la foto e stringendola tra le mani, mi dice: “Che fine ha fatto quel me stesso?”
Sepolto sotto gli strati di abitudine, solitudine e rimpianti.
Forse non è troppo tardi per tirarlo fuori.
Stasera, per la prima volta dopo tanto, ha pensato di uscire.
Di iscriversi a un corso di teatro per over sessanta che ha visto affisso dal tabaccaio.
Non sa se lo farà davvero.
Ma solo il pensiero gli ha fatto battere il cuore.
E questo, forse, è un inizio.
Hai mai avuto la sensazione di aver vissuto per qualcun altro, dimenticandoti di vivere per te?
Hai mai rinunciato a una parte di te per paura di perdere un equilibrio fragile?
E se oggi fosse il momento di fare spazio? Di scegliere qualcosa solo per te?
