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Marcella figlia del mare, figlia del vento - 2° Puntata del PODCAST "Parole di Notte"

2025-07-01 07:36

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Parole di Notte, abuso, maternita,

Marcella figlia del mare, figlia del vento - 2° Puntata del PODCAST "Parole di Notte"

Pochi minuti ancora, ed è nata.Una bambina. La chiamerà Marcella.Marcella, figlia del vento. Figlia del mare.La madre la guarda solo per un istante. Poi

2° Puntata del PODCAST "Parole di Notte" Benvenuto su Parole di Notte.

Stasera ti porto indietro nel tempo, in una notte gelida dell’inverno del 1960, su una costa battuta dal vento.
Un piccolo paese di pescatori del litorale laziale, case basse, reti stese e lampioni che disegnano cerchi fiacchi sull’asfalto umido.
È passata da poco la mezzanotte.
Le strade sono silenziose, ma da una finestra illuminata si sente una voce che grida.
Una donna sta partorendo.
La fatica è tanta, non ha nessuno vicino.
Solo una levatrice e il battito del mare che si infrange contro gli scogli.
Pochi minuti ancora, ed è nata.
Una bambina.
La chiamerà Marcella.
Marcella, figlia del vento. Figlia del mare.
La madre la guarda solo per un istante.
Poi chiude gli occhi per sempre.
Nessun addio, nessun abbraccio.
Marcella cresce con i parenti della madre, in quella stessa casa, tra l’odore salmastro del mare e le storie sussurrate che nessuno ha mai il coraggio di raccontarle.
Ha la pelle chiara, quasi trasparente, come la schiuma del mare.
E due occhi neri, profondi, come gli abissi.
Ma Marcella non è come gli altri bambini.
A cinque anni smette di imparare. Il suo corpo continua a crescere, ma la sua mente si ferma lì, a quel tempo fatto di giochi e risate leggere.
Corre libera per un mondo che non la spaventa perché Marcella quel mondo non lo capisce. Marcella corre, corre sempre e tutti la chiamano, la salutano e lei ride, ride forte e ricambia i saluti.
E tutti le vogliono bene, o almeno così pare.
Ma il tempo è un giudice implacabile e se il cervello di Marcella non cresce più, il suo corpo si. I seni si fanno pieni, i fianchi morbidi.
E le attenzioni cambiano, adesso gli uomini si accorgono di lei.
Una parola dolce dal macellaio un biscotto dal fornaio una caramella dal barista.
Uomini adulti, padri di famiglia, che la domenica siedono tra le prime panche in chiesa, che parlano dolcemente davanti a tutti.
Ma poi, nel buio, la cercano. E quando la notte scende, si prendono quello che non è mai stato loro.
Con lussuria, con possesso, perché quel corpo non è di nessuno.
Marcella non capisce.
Per lei è un gioco, un affetto, una carezza in più.
Ma il suo corpo, il suo grembo, iniziano a custodire segreti più grandi di lei.
Il primo bimbo lo portano via in silenzio, come un’ombra che non deve essere vista.
Anche il secondo. E il terzo.
Perché Marcella non può essere madre, dicono.
Perché Marcella non è mai stata figlia.
Perché sarebbe troppo, per tutti.
Per chi deve occuparsene.
Per chi deve spiegare.
Poi, a venticinque anni, i medici dicono basta.
Quel bambino deve nascere.
Marcella è felice.
Lo accarezza dentro di sé, gli parla, gli canta ninna nanne inventate, tutte storte ma piene d’amore.
Quando partorisce, è un maschietto.
Lo guarda e sorride.
Ma sarà sua sorella ad allevarlo, come fosse figlio suo.
Marcella diventerà la zia “matta”.
Quella che ride troppo, che parla da sola, che siede davanti al mare e canta per ore.
Quella che nessuno ascolta davvero.
Quella che tutti conoscono, ma di cui nessuno vuole sapere niente.
Questa storia me la racconta suo figlio.
Un uomo adulto, con lo sguardo perso nei ricordi.
Mi dice che ha scoperto chi era davvero sua madre troppo tardi.
Quando la donna che l’aveva cresciuto, sul letto di morte, gli ha detto la verità.
Marcella, la zia “matta”, era sua madre.
Lei era già morta da qualche anno.
E lui non ha mai potuto chiamarla: “mamma”.
Mi dice che in cuor suo forse lo sapeva.
Un’intuizione. Uno sguardo troppo profondo.
Un abbraccio che sembrava venire da un altro posto.
Ma era troppo.
Troppo da sopportare.
Troppo da capire.
E allora ha fatto quello che facciamo spesso tutti: ha girato la testa dall’altra parte.
Ha preferito la menzogna al dolore, alla derisione della gente.

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